La disfagia nelle RSA

Evidenziata in letteratura la necessità di implementare lo screening dei disturbi deglutitori in RSA, e di ricorrere a pasti pronti a consistenza modificata che rispondano a standard validati e alle reali esigenze dei pazienti disfagici.

Questa breve revisione della letteratura considera un tema risultato peculiare all’interno delle Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA): la disfagia oro-faringea (OFD).
Questa condizione viene considerata una sindrome geriatrica - causata da molteplici fattori e associata a numerose comorbilità, con prognosi severa e un necessario approccio multi disciplinare (Baijens, 2016).

Dall’analisi degli studi emerge che la disfagia è molto sottostimata in queste strutture, nonostante il ricorso frequente a pasti a consistenza modificata.

Emerge quindi la necessità all’interno delle RSA di aumentare l’identificazione dei soggetti maggiormente a rischio disfagia, utilizzando un nuovo approccio semplice ma più incisivo, che preveda prima l’intervento foniatrico/logopedico per una valutazione precoce dei residenti disfagici per i quali adottare una specifica e personalizzata pianificazione nutrizionale da parte di un dietologo e/o dietista con pasti pronti commerciali a maggiore garanzia nutrizionale e di sicurezza.

Dott. Carlo Pedrolli
SSD Dietetica e Nutrizione Clinica, Ospedale S. Chiara Trento.

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Indice

 

La prevalenza di disfagia in RSA

Sorprende il riscontro, in studi recenti (Jukic Peladic, 2019; Blanar, 2019), che la prevalenza della disfagia nelle RSA risulti del 12% circa, con notevoli oscillazioni (5,4-83,7%) fornite da numerose revisioni (Soares Xavier J, 2021).

Dati concreti misurano, al contrario, un utilizzo dei pasti a consistenza modificata in percentuale sempre superiore al 30% e non di rado vicino al 40%: ciò suggerisce una frequente mancanza di diagnosi clinica.

Uno studio del 2021, effettuato in un importante ospedale regionale, ha rilevato che dei 1.400.000 pasti/anno, quelli a consistenza modificata erano superiori al 22% (Pedrolli, 2021).

Nelle RSA vi è, quindi, un problema di diagnosi della OFD (Ballesteros-Pomar, 2021) e la necessità di implementare i test di screening che permettano l’individuazione dei residenti a maggior rischio.

 

I test di screening utilizzati

Fra i test di screening utilizzati per individuare rapidamente i soggetti a rischio disfagia rimangono:

Quest’ultimo test, non ancora validato per le RSA, è promettente perché associa allo screening anche un “sistema esperto” che guida l’operatore nella scelta alimentare in base allo score conseguito.

 

Percorso diagnostico terapeutico assistenziale della disfagia

In Italia, il PDTA più seguito è quello della Regione Piemonte (Agenzia Regionale per i Servizi Sanitari, 2013) che, dopo un test di screening della disfagia, suggerisce una doppia presa in carico: della componente foniatrica/logopedica per la valutazione clinica e/o strumentale mediante videoendoscopia con rino-faringo-laringoscopio flessibile (FEES) e/o videofluoroscopia e della componente dietetico-nutrizionale (dietologo e/o dietista).

Lo scopo è diagnosticare la disfagia, chiarire quali siano le consistenze dei liquidi e/o dei solidi che il paziente con disabilità deglutitoria possa assumere, per consentirgli un’adeguata e sicura alimentazione/idratazione, evitando la nutrizione artificiale.

Il razionale dell’utilizzo dei pasti/bevande a consistenza modificata risiede nel tentativo di “rallentare” la progressione del bolo in oro-faringe permettendo al paziente disfagico di alimentarsi in sicurezza, con il corretto apporto nutrizionale.

Il PDTA della Regione Piemonte nella realtà delle RSA, anche se i pazienti con OFD sono circa il 30%, è difficilmente applicabile per la mancanza di risorse economiche e umane.

In caso di screening per disfagia positivo, si è imposta una procedura, non ancora validata da studi scientifici:

  1. Il logopedista e il nutrizionista intervengono per i pazienti più gravi, malnutriti/disidratati.
  2. Negli altri casi, si utilizzano tecniche di posizionamento per favorire la deglutizione e alimenti a consistenza modificata.

 

Come nutrire un residente in RSA con disfagia

Un recente studio ha dimostrato che il cibo preparato secondo gli standard tradizionali è svantaggioso dal punto di vista nutrizionale, in termini di sicurezza microbiologica ed economica rispetto agli alimenti già pronti in commercio e, ancor meglio,  se erogati da sistemi automatizzati (Ballesteros Pomar, 2021).

Quindi sarebbe auspicabile che nelle RSA si utilizzassero per i pazienti con OFD pasti pronti a consistenza modificata e fossero introdotte le macchine automatizzate di erogazione dei pasti.

Un altro punto importante è la mancanza di uno standard riconosciuto internazionalmente della consistenza di cibi e liquidi, nonostante esistano validi strumenti di standardizzazione di varie società scientifiche (Hanson 2016; Jukes, 2012). Recentemente, si sono imposti gli standard denominati IDDSI, International Dysphagia Diet Standardization Initiative (Cichero, 2016) (fig 1), che propongono termini comuni per denominare la “texture” di cibi e bevande e strumenti di misura estremamente semplici, menzionati anche nelle linee guida ESPEN per la nutrizione clinica (Thibaul, 2021).

consistenze iddsi
Figura 1. Denominazione delle varie consistenze secondo gli standard IDDSI per le bevande e i cibi. Nomi, colori e livelli sono standardizzati a livello internazionale e permettono un proficuo scambio interdisciplinare fra le varie parti in causa. Tratto da www.iddsi.org

 

 

Take home messages

  1. La disfagia nelle RSA è notevolmente sottostimata e necessita di un approccio più pragmatico.
  2. È importante che si prendano in considerazione pasti nutrizionalmente corretti, studiati appositamente per il paziente disfagico.
  3. Nuove tecniche di valutazione della texture dei cibi e delle bevande potranno essere utilizzate in futuro per un nuovo approccio più semplice ma anche più incisivo.

 

Bibliografia